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Danilo Ruggero si racconta

Cantautore siciliano originario di Pantelleria, Danilo Ruggero ha costruito negli anni un percorso musicale che unisce radici e ricerca, lingua e dialetto, intimità e apertura. Dopo riconoscimenti importanti e collaborazioni che ne hanno affinato la scrittura, arriva oggi con Puzzle, un nuovo capitolo che conferma la sua capacità di trasformare fragilità e frammenti in canzoni dal respiro autentico.

Hai raccontato che Puzzle, il tuo nuovo EP, nasce più dal desiderio di “guardare” che di “guarire”. Cosa hai scoperto, fermandoti in quella sosta?

Grafica Divina

Ho scoperto che fermarsi a guardare, con un po’ di coscienza e un pizzico di capacità analitica, può avere anche più valore e senso che rifuggire dal dolore. Ho capito che non tutto quello che si rompe deve per forza aggiustarsi e che rotti, a pezzi, funzioniamo lo stesso. A volte è solo per un’idea pedante di compiutezza che stiamo lì a tentare di riparare l’irreparabile. In quella sosta ho lasciato sedimentare pensieri, parole o, banalmente, anche nuove canzoni, che avevano bisogno di più tempo, perché nascevano da piccole fratture e venivano fuori da crepe che non riuscivo a rimarginare. Alla fine ho smesso di volerlo fare e le ho lasciate così. In quella sosta ho imparato che non serve riempire ogni cosa di significati risolutivi e Puzzle nasce proprio da lì, in quell’attimo di disordine in cui smetti di cercare soluzioni e inizi ad ascoltarti.

I brani sembrano scollegati tra loro, ma poi lasciano un’impressione unitaria. Cosa li tiene insieme, secondo te?

All’inizio non ero sicuro che dovessero far parte dello stesso EP. Pensavo a una serie di singoli staccati. Li percepivo come istantanee separate, raccolte in momenti diversi, con urgenze differenti. Poi li ho riascoltati in fila e mi sono accorto che, senza volerlo, componevano un percorso. Non un concept narrativo, ma una specie di traiettoria emotiva, un’evoluzione dello sguardo. La coerenza non sta tanto nei temi, quanto nell’attraversamento: ogni brano racconta un modo diverso di stare al mondo, una consapevolezza che si affaccia, un tentativo di nominare il caos senza ridurlo. È un racconto di fasi, più che di fatti. È per questo che ho scelto di rispettare anche l’ordine cronologico con cui li ho scritti. Da Sapone a Puzzle, c’è dentro un prima, un dopo e, in mezzo, tutto quello con cui ho provato a tenermi insieme.

Il tuo è un pop-rock d’autore che non ha paura dell’incompiutezza. È una scelta stilistica o una necessità espressiva?

Non è una scelta, è una necessità. Non potrei scrivere in un altro modo. Cercare un centro di gravità momentaneo sì, lo cerco da sempre. Che duri però solo un attimo, il tempo di rimettere le idee in riga lungo il pavimento. L’incompiutezza non è figlia di una scelta stilistica, è frutto di una ferita che non può guarire e quello è il punto esatto in cui il testo si interrompe perché le parole non reggono più il peso di quello che vorrei dire. Non cerco soluzioni nei brani, né un equilibrio. Scrivo quando qualcosa fa attrito, quando manca, quando non torna. Se suonano incompiuti è perché io stesso, in quel momento, ero a metà strada tra il naufragio e la riva. L’unico modo che ho per essere onesto con le mie canzoni è lasciare quel vuoto lì, senza cercare di riempirlo o di farlo diventare compiuto.

A chi dedicheresti questo EP, se potessi farlo con una sola persona in mente?

Sarò scontato, ma lo dedicherei a mio padre. Lo nomino esplicitamente in due brani su quattro, ma in realtà è presente ovunque, anche dove non lo cito. Molte delle crepe che attraversano questo EP nascono proprio dal rapporto che avevo – e che ora non posso più avere – con lui. Puzzle è anche questo: fare i conti con l’assenza di una persona che ha avuto un peso enorme nel tuo modo di amare, di guardare, di scrivere o banalmente di vivere. Scrivere e continuare a farlo, diciamo che è il mio modo per riprendere e restare in dialogo. Credo che continuare a scrivere e fare canzoni, per me, sia diventato anche un modo per tenerlo vicino, soprattutto perché lui credeva in quello che faccio molto di più di quanto ci credessi io ed è stato anche il suo ricordo che mi ha spinto a riprendere in mano chitarra e penna, dopo un lungo blocco personale e artistico. L’EP lo dedico proprio a lui, senza periodi ipotetici.

C’è un momento preciso in cui hai capito che il disco era finito? O meglio: abbastanza incompleto da essere vero?

Sì, è stato quando ho smesso di voler ricercare la perfezione e di voler spiegare e giustificare tutto. Quando ho accettato che ogni brano fosse già abbastanza nella sua forma imperfetta. Continuavo a trovare il pelo nell’uovo. A ogni ascolto qualcosa non mi convinceva per cui li ho lasciati lì, chiusi a sedimentare per anni. La verità è che Puzzle non è finito: è stato lasciato andare forzatamente ed è in quel “lasciarlo andare” che ho capito che era pronto. Suona strano, ma è proprio così. Ho perso un sacco di tempo a cercare di renderlo “perfetto” e ineccepibile alle orecchie di chi ascolta, ma il rischio stava diventando quello di renderlo costruito, plasticoso e quindi finto. Non ci sarebbe stato controsenso maggiore, per quanto mi riguarda.

Hai già in mente nuovi pezzi? O hai bisogno di restare ancora un po’ dentro questo Puzzle?

Ho bisogno di restarci ancora un po’. Questo EP è ancora troppo vicino per potermene separare totalmente. Però la verità è che da quando l’ho lasciato andare, qualcos’altro si è mosso. Mi sono accorto che non riuscivo ad andare avanti anche perché ero ancorato a quelle canzoni dell’EP. È stato molto importante pubblicarlo perché mi ha sbloccato da un momento di impasse. Quindi qualcosa in mente di nuovo ce l’ho, soprattutto adesso che ho imparato a fare i conti con i miei limiti e la mia incompiutezza. Arriverà qualcosa di nuovo probabilmente dopo l’estate e sarà molto diverso dai brani di Puzzle. Vi terrò aggiornati.

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