Stati d’assedio: un viaggio teatrale assieme ai più giovani attraverso il capolavoro di Camus. Nello splendido adattamento di Renato Nicolini
In occasione della giornata di spettacolo Stati di Assedio, in programma domenica 5 ottobre al Teatro Palladium di Roma, abbiamo incontrato Marilù Prati, ideatrice del progetto e regista dello spettacolo Lo Stato d’Assedio. Con lei abbiamo parlato del percorso che ha portato questo lavoro in scena, nato all’interno di un laboratorio teatrale universitario, e dell’attualità sorprendente delle parole di Camus nell’adattamento di Renato Nicolini.
Stati di assedio è un testo di grande attualità, che viene riproposto nell’adattamento di Renato Nicolini. Che cosa aveva intuito e saputo mettere in scena Nicolini che trovi ancora attuale oggi?
Trovo sorprendente, e a tratti inquietante, quanto il testo che Albert Camus scrisse nel 1948 e l’adattamento teatrale che Renato Nicolini realizzò nel 2005 – che porteremo in scena il 5 ottobre al Teatro Palladium – riescano a risuonare con l’attualità. È come se quelle parole, pur nate in altri tempi, fossero state pensate per descrivere ciò che stiamo vivendo oggi.
La figura del dittatore, che in scena prende corpo nella metafora della Peste, concentra in sé i tratti comuni a tutti i grandi megalomani della storia e del presente: da Hitler a Netanyahu, passando per Trump e Putin. Personaggi diversi, certo, ma accomunati dall’essere responsabili di eccidi, guerre, sopraffazioni contro i più fragili, i poveri, gli ultimi. E ciò che colpisce è il loro accanimento contro la libertà di pensiero, il disprezzo verso la cultura, l’odio che nutrono contro i progressi civili che donne e uomini, con fatica e coraggio, hanno conquistato nel corso della storia.
È questo che mi emoziona e mi spaventa del teatro: la sua capacità di tenere vivo uno specchio che ci costringe a guardarci dentro e a riconoscere dinamiche che, purtroppo, sembrano non tramontare mai.
Riesci a spiegarci in cosa è consistito il lavoro di Nicolini su quel testo?
Il lavoro che Renato fece nel 2005 sul testo di Camus è stato davvero straordinario. Immagina: ridurre le quasi 300 pagine dell’originale a sole 33, senza togliere niente all’essenza, anzi, riuscendo a concentrarne tutta la forza. Nel copione che stiamo portando in scena non si avverte alcuna perdita, ma al contrario una chiarezza nuova, una sintesi che riesce a esaltare i valori eterni e universali che Camus aveva scritto.
E per me c’è anche un aspetto molto prezioso: questa drammaturgia, asciutta ma potentissima, è perfetta per il lavoro degli studenti del laboratorio. Permette loro di entrare dentro il cuore del testo, di misurarsi con i grandi temi senza perdersi nella complessità della forma, e al tempo stesso di far emergere tutta la vitalità, l’urgenza e la freschezza del
Un testo visionario oppure certi temi restano inevitabilmente sempre attuali?
Come ho già detto, quello che colpisce davvero è la scottante attualità del testo. Camus scriveva nel 1948, in un mondo che usciva da una guerra devastante, eppure i temi che affrontava allora continuano a parlarci con la stessa urgenza oggi. È incredibile come le sue parole sappiano attraversare i decenni senza perdere forza, come se avessero la capacità di illuminare le contraddizioni del presente e di metterci di fronte alle stesse domande di allora: che cosa significa resistere? Come difendere la libertà e la dignità umana?
Nel tuo lavoro registico hai dovuto – e voluto – fare scelte particolari?
Nel mio lavoro registico cerco sempre di coniugare una visione complessiva dello spettacolo con la possibilità di costruirlo giorno per giorno insieme agli attori. Parto da un’idea chiara di regia, di come mettere in scena un testo in una determinata situazione – anche quando i mezzi a disposizione non sono tanti – ma lascio spazio all’improvvisazione, all’ascolto e alla collaborazione. Per me, come attrice, funziona così: è molto più stimolante provare le scene e costruirle nel momento stesso in cui le si affronta, piuttosto che arrivare sul palco con tutto già memorizzato. Questo approccio permette di dare vita a uno spettacolo vivo, in cui ogni prova contribuisce alla definizione del ritmo, del tono e delle sfumature dei personaggi.
Allo stesso tempo, mi piace sottolineare l’aspetto più “camp” del mio lavoro: una certa eccentricità, una vena un po’ folle, che porta con sé un’ironia interna e una leggerezza comica, sempre radicate nel cuore del testo. In questo progetto, come in molti altri, cerco di far emergere la straordinaria mescolanza di ironia, tragedia ed eroismo che il testo racchiude. È un’esperienza che sento particolarmente affine al mio percorso: ho avuto la fortuna di formarmi con maestri come Carlo Cecchi, Eduardo De Filippo e Luca Ronconi, e in questo spettacolo si ritrovano le lezioni più preziose che mi hanno trasmesso – il rigore, la leggerezza, la capacità di trasformare la parola in azione e di fare del teatro un pensiero vivo.
Il progetto nasce da un percorso con giovani partecipanti a un laboratorio: che tipo di ricettività hai riscontrato in loro rispetto a questi temi?
Per me è un vero piacere lavorare con questi giovanissimi. Il progetto è stato presentato sia al DAMS sia alla Facoltà di Architettura di Roma 3, e la risposta è stata straordinaria: moltissimi studenti si sono offerti volontari e tutti hanno dimostrato grande talento e motivazione. Questo ha reso il mio lavoro molto più stimolante, perché incontrare una compagnia così ricettiva facilita il processo creativo. Alla fine si è formata una bellissima compagnia di dieci persone, e lavorare insieme a loro è stato un vero piacere. Certo, come in ogni laboratorio ci sono stati piccoli inconvenienti – qualche ritardo, qualche imprevisto – ma siamo riusciti a portare avanti il lavoro fino alla messa in scena, e ora, con l’imminente debutto al Teatro Palladium, sento che ogni sforzo è stato prezioso.
Accanto ai giovani, nel gruppo ci sono anche tre attori già formati ed esperti, che collaborano con me nel training e nel guidare le nuove leve. La parte più emozionante è vedere questi ragazzi crescere giorno dopo giorno: comprendere cosa significhi il lavoro dell’attore, sviluppare sensibilità, coscienza storica e capacità di stare in scena. Il teatro diventa per loro una vera palestra di vita, e io stessa traggo grande arricchimento da questo percorso. Nascono relazioni, amicizie sincere, e questa energia fa bene a tutti, anche a me.
Insisto molto sul fatto che, oltre al divertimento, l’arte dell’attore richiede impegno e metodo: la disciplina è fondamentale, perché è ciò che consente alla creatività e alla libertà espressiva di emergere davvero. In questo senso porto avanti con passione l’intuizione di Renato Nicolini: i laboratori teatrali universitari non sono solo esercizi di formazione, ma luoghi in cui può nascere un teatro libero, indipendente e autentico, e da cui, storicamente, sono emersi grandi attori.
Lavorare con i giovani: quanto pensi di aver dato loro e quanto ritieni che loro abbiano dato a te in questo progetto?
Sicuramente ci siamo dati reciprocamente molto.
Con gli studenti-attori del nostro laboratorio stiamo lavorando da mesi, con pazienza e passione, per trovare il giusto equilibrio tra le due anime del testo. Da una parte c’è l’ironia, a volte grottesca, che Nicolini ha saputo accentuare nel suo adattamento e che rende lo spettacolo sorprendente e persino spiazzante; dall’altra, la dimensione tragica e drammatica della dittatura, incarnata da Peste e dalla sua segretaria, la Morte, figure che gravano sul palcoscenico come ombre minacciose. Il lavoro consiste nel bilanciare questi due aspetti, restituendo tutte le sfumature del testo: dal sorriso amaro al senso di oppressione, fino a far emergere quella forza che rende l’opera di Camus e la riscrittura di Nicolini così attuali e potenti.
In tutto questo, il contributo dei giovani attori è stato straordinario. La loro sensibilità, la ricettività e l’istinto naturale hanno reso ogni prova un’esperienza viva, e credo di essere riuscita a trasmettere loro una parte della passione che provo da sempre per il teatro e per il mestiere dell’attore. Ogni giorno, mentre li vedo sbocciare, percepisco un vero scambio creativo: loro arricchiscono me quanto io cerco di arricchire loro.
Accanto ai giovani, il gruppo creativo include anche figure fondamentali per il lavoro complessivo: Marco Restoni per le musiche, attori più esperti come Alberto Brichetto, Roberta Ranieri, Gabriel Giovannoni e Giacomo Faccini, esperto di pantomima, che hanno fatto da tutor nelle scene di commedia dell’arte, e una giovane scenografa che ha realizzato due bellissime maschere. Tutti hanno messo energia e talento nel progetto, e io ho cercato di stimolarli al massimo, anche con fermezza quando necessario, perché il teatro richiede serietà, metodo e disciplina. È una gioia e, allo stesso tempo, una grande responsabilità: solo con questo impegno l’arte dell’attore diventa autentica e capace di toccare chi guarda.
Vorrei aggiungere che mi piace molto lavorare all’interno delle università, perché rappresentano una sorta di “riserva” per gli artisti: un ambiente in cui si presta particolare attenzione alla cultura e alla crescita degli studenti. L’università offre un terreno fertile per sperimentare progetti come questo, permettendo di coniugare formazione e creatività, e allo stesso tempo rappresenta un servizio alla comunità, contribuendo a diffondere la passione per il teatro e per l’arte in generale.











