Incontriamo Nicola Polizzi autore del libro Qualche volta le nuvole sembrano isole.
· Lei è un fisico e un docente; come concilia l’approccio logico e analitico della fisica con la sensibilità e l’esplorazione emotiva richiesta dalla scrittura narrativa? Queste due discipline si “contaminano” in qualche modo?
Le due discipline apparentemente così lontane in realtà non lo sono. Il fisico ha un approccio filosofico nello studio della natura, non dimentichiamoci che i presocratici sono stati anche i primi fisici. Il mio approccio analitico verso il mondo non ha mai limitato il mio amore verso le arti, anzi ritengo che siano cose che possano conciliarsi armoniosamente.
· Il titolo, “Qualche volta le nuvole sembrano isole”, è molto evocativo. Cosa rappresenta l’isola per i suoi giovani protagonisti, e in che modo la nuvola, elemento volatile e transitorio, si collega a questa metafora di salvezza e identità?
Le nuvole nel libro sono la metafora della negatività, sono foriere di sventure. Il fatto che Elisa, l’adolescente protagonista del libro, riesca con la sua fantasia a scorgervi un’isola è l’emblema della sua forza e della sua capacità di reagire di fronte alle difficoltà.
· Il romanzo presenta un cast corale: un ex detenuto, un bullo, un poliziotto disilluso. Come ha gestito l’intreccio di storie per garantire che ogni personaggio mantenesse la propria voce e il proprio peso narrativo senza appesantire la trama?
Ogni personaggio con le sue microstorie concorre alla trama come le tessere di un puzzle concorrono alla sua costruzione. All’inizio sembrano avulse l’una rispetto all’altra ma poi, come per magia, piano piano compongono l’immagine finale.
· Ha dichiarato di voler “dare voce a ciò che spesso rimane nascosto”. Qual è stata la scena o il dialogo più difficile da scrivere emotivamente, proprio perché toccava il cuore di queste fragilità nascoste?
Non c’è una scena in particolare, ma posso dire che i capitoli scritti in prima persona, con il focus sulla protagonista, sono stati i più difficili da scrivere perché ho dovuto mettermi nella testa di un’adolescente. Per dare voce a ciò che ritenevo nascosto ho spesso usato la tecnica del sogno o dell’incubo.











