Erika Rombaldoni è una coreografa e danzatrice italiana di straordinaria versatilità, attiva sui palcoscenici internazionali e forte di una formazione che abbraccia la danza classica, contemporanea e teatrale. Recentemente ha firmato le coreografie del tour 2025 di Cesare Cremonini ed è stata scelta per guidare la parte coreografica della delegazione italiana all’Eurovision Junior 2025, creando una performance pensata per coinvolgere un pubblico europeo giovanissimo. Con il suo linguaggio elegante e incisivo, capace di fondere rigore lirico ed emozione contemporanea, Rombaldoni ha inoltre debuttato al Grimaldi Forum di Monaco con “Bonsoir Monte-Carlo – Omaggio a Joséphine Baker”, spettacolo che ne conferma la sensibilità artistica e la forza narrativa.
“Bonsoir Monte-Carlo – Omaggio a Joséphine Baker” segna un nuovo capitolo nella sua carriera internazionale. Cosa l’ha ispirata ad accettare questa sfida e quale visione coreografica porterà sul palco del Grimaldi Forum di Monaco?
Ho accettato con entusiasmo questo progetto perché la figura di Joséphine Baker rappresenta un concentrato di forza, libertà e attraversamento di confini — razziali, artistici, culturali. Il progetto mi ha coinvolta proprio per la ricchezza della sua vita: dalla diva del jazz al simbolo della Resistenza, fino all’impegno civile. La regia poi è di Davide Livermore con il quale ho già collaborato a diversi progetti, tra cui l’apertura della Stagione del Teatro alla Scala con il suo Macbeth nel 2021 e il film The Opera! presentato alla Festa del Cinema di Roma lo scorso anno.
La sua carriera si è costruita tra danza classica, contemporanea e teatro musicale. In che modo queste esperienze diverse confluiscono oggi nel suo linguaggio coreografico per raccontare la vita di Joséphine Baker?
Le radici nella danza classica mi hanno dato innanzitutto disciplina, un vocabolario corporeo preciso e una certa sensibilità verso l’eleganza del gesto. Poi il contemporaneo ha aperto la possibilità di trasformare quel vocabolario, di far emergere tensioni, sospensioni, rotture. Il teatro musicale mi ha insegnato quanto il corpo possa essere veicolo non solo di bellezza ma di racconto: movimento, gesto, parola, luce, scena dialogano insieme.
Nel racconto di una vita complessa come quella di Joséphine Baker trovo sia molto utile disporre di un vocabolario corporeo ricco e versatile.
Il suo lavoro unisce danza, gesto teatrale e immaginazione visiva. Quanto spazio c’è, in “Bonsoir Monte-Carlo”, per l’improvvisazione o la libertà dei danzatori rispetto a una struttura coreografica così narrativa?
Pur essendo uno spettacolo fortemente narrativo — ossia vuole guidare il pubblico attraverso tappe della vita di Joséphine Baker — c’era un comune intento, condiviso da tutto il team creativo (Nicolas Engels, il librettista, GioForma alle scene, Yvan Cassar alle musiche, Gianluca Falaschi ai costumi): rappresentare l’essenza della Baker più che proporne un’imitazione. L’obiettivo che ci siamo dati è quello di restituire la sua forza e il suo spirito rivoluzionario in una forma che fosse in primis evocativa e non imitativa, pur mantenendo sempre vivo il filo narrativo.
Joséphine Baker è stata una donna che ha attraversato barriere di genere e tempo. C’è un messaggio di emancipazione o di umanità che desidera arrivi al pubblico attraverso le sue coreografie?
Baker è stata pioniera in molte direzioni. Lo spettacolo vuole rievocare il coraggio di attraversare le barriere e di dire «io scelgo, io danzo la mia vita». Dietro la diva, dietro l’icona, c’è una donna che ama, lotta, spera, e c’è anche una vulnerabilità che accompagna la grandezza. Josephine Baker ha vissuto per un ideale di libertà, di accoglienza, di unione e tutti noi possiamo essere parte del cambiamento, parte della bellezza che non è solo estetica ma prima di tutto etica.











