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Giovanni Nuti ci racconta “A Carla”

In radio e in digitale da venerdì 5 dicembre “A Carla”, il nuovo brano composto e interpretato da GIOVANNI NUTI su testo di PADRE ALBERTO MAGGI e dedicato a CARLA FRACCI. Il brano (Nar International/Sagapò) è una preghiera in cui la morte si dissolve nel suo contrario, la pienezza dell’essere. Giovanni Nuti, attraverso le parole di Padre Alberto Maggi, dà voce a un messaggio che trascende ogni dolore: la fine della vita non è la fine, ma un’espansione.

Qual è stato il primo pensiero o l’emozione che l’ha spinta a musicare il testo di Padre Alberto Maggi, trasformandolo nel brano “A Carla”?

Grafica Divina

La prima emozione è stata il silenzio. Un silenzio pieno di presenza. Leggendo il testo di Padre Alberto Maggi non ho pensato “devo musicarlo”, ma “devo ascoltarlo”. Era una preghiera che non chiedeva note, ma un respiro. Ho sentito immediatamente che quelle parole non parlavano della fine di Carla, ma del suo restare in un’altra forma, più vasta e più luminosa. La musica è nata così: non come un gesto artistico, ma come un atto d’amore. Non per raccontare l’assenza, ma per dare voce a una presenza che continua. E ogni suono che ho scritto è stato un modo per dire grazie.

Lei ha collaborato con Carla Fracci per il “Poema della croce”. C’è un ricordo particolare o un insegnamento che l’étoile le ha lasciato e che ha influenzato il suo approccio a “A Carla”?

Carla mi ha insegnato una cosa che non si studia in nessuna accademia: la sacralità del gesto semplice. Nel Poema della croce non c’era mai nulla di “dimostrativo”. Carla danzava anche quando restava ferma. Ogni movimento era essenziale, ogni silenzio aveva un peso, una verità. Da lei ho imparato che la grandezza non ha bisogno di voce alta, ma di profondità. In “A Carla” ho cercato proprio questo: togliere tutto ciò che era superfluo, lasciare solo l’anima. Come lei faceva con il corpo, io ho cercato di farlo con la musica. Non interpretare Carla, ma ascoltarla ancora. Non raccontarla, ma lasciarla respirare dentro le note. E in questo senso, “A Carla” non è un addio: è un grazie che continua a danzare.

La sua musica sembra spesso toccare temi profondi e spirituali. Ritiene che ci sia spazio nel panorama pop contemporaneo per canzoni che affrontano la vita oltre la vita e la mistica interiore?

Credo che non solo ci sia spazio: oggi ce ne sia una necessità profonda. Viviamo in un tempo che corre veloce, ma dentro le persone cresce una fame di senso. La musica pop non è soltanto intrattenimento: è una lingua emotiva collettiva. E quando quella lingua osa parlare dell’invisibile, dell’anima, del mistero, accade qualcosa di raro: la canzone smette di essere consumo e diventa compagnia. Non tutti chiamano questa ricerca “spiritualità”. Qualcuno la chiama nostalgia, qualcuno ferita, qualcuno speranza. Ma è la stessa domanda: c’è qualcosa oltre ciò che vediamo? Se una canzone riesce anche solo a suggerire che l’amore non finisce, che la vita non si spezza ma si espande, allora ha già trovato il suo pubblico. Perché tocca ciò che ci rende umani, prima ancora che ascoltatori.

Qual è il prossimo “sogno” artistico o collaborazione che vorrebbe realizzare?

Il mio sogno è continuare a portare la poesia dentro la musica e la musica dentro le vite delle persone. Ho ancora il desiderio forte di dare voce ai poeti che amo: Alda Merini, Giorgio Manganelli e altri…intrecciandoli con nuove sonorità e altri artisti, perché la poesia non resti un luogo da biblioteca, ma torni a essere strada, respiro, carne viva. E poi sogno collaborazioni che non nascano dal marketing, ma dalla necessità. Artisti che abbiano il coraggio della fragilità e della verità. Che non cerchino solo il successo, ma il senso. Se dovessi dirlo in una frase: sogno opere che lascino una traccia nell’anima, prima ancora che nelle classifiche.

Foto: Gianni Nalìn

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