“La musica deve creare armonia”: Licia Missori racconta il suo dialogo con Ildegarda di Bingen
C’è un silenzio particolare che precede i concerti del festival Uno – The Sound of Peace. Non è solo attesa: è una disposizione interiore. In questa cornice, fatta di luoghi carichi di spiritualità e di un’idea di musica come gesto di pace, incontro idealmente Licia Missori, pianista e compositrice, protagonista di una delle esibizioni più intense dell’edizione umbra del festival.
Partiamo dal contesto: che tipo di spazio è “Uno – The Sound of Peace” per un’artista come te?
«È uno spazio raro», sembra suggerire la sua musica prima ancora delle parole. Un festival che non chiede performance, ma presenza. Che non accumula eventi, ma costruisce un percorso. Qui la musica non è mai isolata: dialoga con la danza, con la poesia, con il silenzio stesso. Ed è forse per questo che la rilettura di Ildegarda di Bingen ha trovato una casa così naturale.
Ildegarda di Bingen è una figura complessa, vastissima. Da dove nasce il tuo desiderio di confrontarti con lei?
Missori racconta di un incontro avvenuto nel tempo, attraverso l’ascolto e lo studio. I canti, raccolti nella Symphonia harmoniae celestium revelationum, e l’Ordo Virtutum non sono stati solo materiale musicale, ma porte aperte su un pensiero. «Ildegarda non era solo una compositrice», ricorda, «ma una donna che ha attraversato ogni campo del sapere, animata da una meraviglia profonda per il Tutto». Una frase che colpisce, perché sembra descrivere anche il modo in cui questa musica viene restituita oggi.
La tua non è una riproposizione filologica, ma una vera trasformazione. In che direzione ti sei mossa?
La risposta è tutta nel suono: i canti gregoriani, privi di struttura ritmica definita, vengono “poggiati” su tempi dispari, cinque e sette, senza che il ritmo diventi mai protagonista invadente. «La melodia deve restare fluida, cantabile», spiega Missori, «e il metro non deve mai apparire artificioso». Ascoltando, si ha davvero l’impressione che il ritmo respiri con la linea melodica, che la accompagni senza costringerla.
C’è un equilibrio molto delicato tra pace e smarrimento nella tua esecuzione. È una scelta consapevole?
Assolutamente sì. Missori parla di alternanza, di contrasti, di momenti in cui l’ascoltatore può sentirsi “temporaneamente perso”. Ma non è una perdita sterile: è quella condizione tipicamente umana di chi si interroga, di chi cerca una dimensione spirituale autentica. «La musica», afferma, «non deve essere un esercizio sterile, ma un mezzo per connettere, creare armonia, veicolare un’energia profonda».
In questo festival il ruolo delle donne nell’arte e nella spiritualità emerge con forza. Quanto è importante, per te, questo aspetto?
È uno dei punti più significativi dell’intero progetto. La presenza di Ildegarda di Bingen, filtrata attraverso lo sguardo di una compositrice contemporanea, assume un valore che va oltre l’evento musicale. È un riconoscimento, un atto di restituzione. Il festival Uno – The Sound of Peace ha il coraggio e la sensibilità di dichiarare apertamente questo spazio, senza retorica, ma con scelte artistiche precise.
Che cosa speri resti al pubblico dopo questo ascolto?
La risposta è semplice e, proprio per questo, profondissima: «Spero di aver trasformato il lavoro di Ildegarda in qualcosa di nuovo, senza tradirne lo spirito. E spero di aver trasmesso il suo desiderio di andare sempre oltre, di guardare il mondo con meraviglia».
Da cronista, ma anche da donna che ha attraversato decenni di musica, posso dire che questa meraviglia è arrivata intatta. In punta di piedi, senza clamore. E in un tempo in cui tutto tende a gridare, non è forse questo il gesto più rivoluzionario?
A Licia Missori va il mio ringraziamento più sentito: per la sua eleganza artistica, per la profondità del pensiero e per averci ricordato che la musica, quando è autentica, è ancora in grado di parlare all’anima.











