Laura Mà, cantautrice abruzzese che ha fatto uscire giovedì 6 novembre, il suo nuovo singolo “Ad una passo dalla mia follia”.
Il brano racconta le vite invisibili dei senzatetto,riflettendo sulla fragilità di chi vive ai margini della società. Le storie vengono restituite senza pietismo, ma con autenticità e una forte intensità emotiva. Allo stesso tempo emerge un messaggio di speranza: la possibilità di risalire dalle cadute più profonde.
Laura Mà, nome d’arte di Laura Manuela Di Biagio, è una cantautrice e psicologa abruzzese nata a Roiano di Campli, in provincia di Teramo. Autrice, produttrice e interprete dei suoi brani, racconta nei suoi sei singoli cadute, rinascite e sogni.
INTERVISTA
1. Il nuovo singolo affronta temi sociali molto forti. Qual è stato il momento o la motivazione che ti ha spinto a sentire l’urgenza di raccontare una realtà così complessa?
L’urgenza è nata da immagini reali e quotidiane, che spesso scorrono davanti ai nostri occhi senza che ci fermiamo davvero a guardarle. Vivere in una grande città come Roma significa incontrare ogni giorno queste realtà: persone ai margini, immerse nella solitudine e nel silenzio. Tutto questo mi stringe profondamente il cuore.
Osservando queste vite ho capito quanto sia sottile il confine tra stabilità e fragilità. Ad un passo dalla mia follia nasce proprio da questa consapevolezza: nessuno è immune, basta davvero poco per ritrovarsi dall’altra parte. Ho sentito il bisogno di raccontarlo perché ignorare certe realtà, per me, non era più possibile. Credo che, come cittadini e come esseri umani, non possiamo girarci dall’altra parte: siamo uno specchio riflesso di ciò che guardiamo, e se qualcosa ci fa stringere il cuore è perché, in fondo, ci riguarda tutti.
2. Nel tuo percorso artistico sembri molto attenta alle realtà più vulnerabili. Hai collaborato o sei entrata in contatto con associazioni o enti che si occupano di sostegno e accoglienza?
Non ho collaborazioni ufficiali o strutturate con associazioni, ma questa attenzione fa parte da sempre della mia personalità. Sono una persona profondamente empatica, sensibile alle ingiustizie sociali e capace di entrare in contatto con le persone, soprattutto con chi vive un momento di difficoltà. È qualcosa che porto con me da quando ero bambina: mia nonna Ginetta mi diceva sempre che ero “una bambina sensibile”, che avevo “sempre la cipolla in tasca”, perché mi commuovevo facilmente.
Nel mio percorso di vita e di lavoro — dal mio lavoro come maitre fino agli studi in psicologia — ho sempre parlato con le persone, ovunque mi trovassi. Mi fermo ad ascoltare, a guardare negli occhi, a creare un contatto umano vero. Credo che l’ascolto, la presenza e il rispetto siano già una forma di aiuto concreta, anche senza un progetto formale.
Porto nel cuore due incontri in particolare con persone senza fissa dimora. Il primo è quello di un uomo che incontravo spesso la mattina presto in una piazza. Un giorno mi chiese un euro, io gli dissi che non ne avevo, ma poco dopo gli diedi comunque dieci euro. Si mise a piangere come un bambino, mi disse “lei è una santa”. In quel momento mi sono commossa anch’io, perché dalle sue lacrime ho capito quanto ne avesse davvero bisogno, non solo economicamente ma umanamente.
Il secondo ricordo è alla fermata dell’autobus, alle quattro e mezza del mattino, mentre andavo al lavoro. Un ragazzo con cartoni e buste si avvicinò e mi chiese dove stessi andando. Io gli chiesi di lui e mi rispose: “Io vado in giro”. Parlammo a lungo. Mi raccontò la sua storia, di una figlia persa, di una vita da ricostruire. Gli dissi che doveva lottare, che doveva credere di potercela fare. Dopo qualche minuto tirò fuori da una busta un piccolo cofanetto di legno, con scritto “In ricordo della Prima Comunione”. Dentro c’erano Dio e la Madonna. Voleva regalarlo a me. Gli dissi che non potevo accettarlo, che ero io semmai a dover dare qualcosa a lui. E lui mi rispose: “Tu mi hai già dato tanto. Mi hai dato la speranza. Nessuno mi ha mai parlato come hai fatto tu. Io ce la posso fare”.
Queste esperienze mi restano addosso e diventano musica. La mia scrittura nasce da qui, dall’incontro umano, più che da un’adesione istituzionale.
3. La tua musica tocca spesso temi umani e sociali profondi: credi che oggi le canzoni possano ancora aprire gli occhi su ciò che tendiamo a ignorare o smuovere le coscienze del pubblico?
Io credo di sì, anche se oggi la musica agisce in modo diverso rispetto al passato. Non cambia il mondo da sola, ma può accendere una scintilla, creare una crepa, far nascere una domanda. Se una canzone riesce anche solo a fermare qualcuno per tre minuti e fargli sentire qualcosa di vero, allora ha già fatto molto. Non penso alla musica come a una lezione, ma come a un invito ad ascoltare: prima noi stessi e poi gli altri.
La musica ha un potere enorme, può aprire porte inimmaginabili. Il problema nasce quando entra in gioco un sistema che spesso mette il mercato prima della poesia, della magia e dell’autenticità. Oggi mi sento dire che il mio “prodotto non funziona” perché non segue le logiche di mercato o le lobby. Scrivere testi autentici, che parlano di vita reale, a volte ti fa sentire fuori posto, quasi una “mela marcia” in un contesto che preferisce la superficialità.
Eppure, io continuo a credere che l’arte vera non debba essere manovrata. Ho dei valori, un’intelligenza emotiva, una morale, e so che queste cose possono fare paura. Ma so anche che hanno un valore enorme. Forse non portano scorciatoie, ma portano verità. E io valgo, eccome, proprio per questo.
4. Nel raccontare vite così spesso invisibili, qual è stata la sfida più grande: trovare le parole giuste o trasformare quell’emozione in musica?
La sfida più grande è stata non cadere nella retorica. Trovare parole rispettose, vere, senza giudizio. Quando sei una persona sensibile ed empatica, e quando hai attraversato momenti difficili, le parole in qualche modo le hai già addosso: arrivano, esistono, chiedono solo di essere ascoltate.
Paradossalmente, è stato più complesso trovare la musica giusta. Volevo una musica che esaltasse il messaggio senza appesantirlo, che non schiacciasse l’ascoltatore sotto il peso del tema, ma lo accompagnasse. Avevo bisogno che ci fossero movimento, vita, una scintilla di luce. La musica doveva parlare di rinascita, non solo di dolore. E credo che, alla fine, ci siamo riusciti.
Scrivere di fragilità richiede coraggio: cosa speri arrivi per primo a chi ascolta questo brano, l’emozione o il messaggio che lo attraversa?
Spero arrivi prima di tutto l’emozione. Il messaggio può arrivare anche dopo, magari a distanza di tempo. L’emozione è ciò che ci rende umani, è il punto di contatto più sincero tra chi ascolta e ciò che racconto. Se qualcuno, ascoltando il brano, si sente meno solo o si riconosce anche solo in una frase, allora il messaggio ha già trovato la sua strada. Per me, questa è la vera forza della musica: far sentire le persone comprese e toccate dal cuore, prima ancora che dalla testa.











