Esiste ancora un confine tra la carne e il codice? Con il suo nuovo saggio Il Sé digitale, Vittorio Gallese propone una “ontofenomenologia incarnata” capace di superare il dualismo tra reale e virtuale. Una rigorosa indagine neuroscientifica e filosofica sulla soggettività contemporanea, non una semplice analisi sociologica.
Gallese muove una critica puntuale al riduzionismo: il cervello non può essere pensato senza corpo e senza mondo. Questa prospettiva, applicata all’ambiente digitale accelerato dalla pandemia, rivela come le tecnologie non siano meri strumenti, ma “ambienti affettivi” che modulano la nostra biologia. Il punto di massima tensione del volume risiede nel rapporto con l’IA generativa (come ChatGPT-5, protagonista di un dialogo nell’appendice del libro). Qui l’altro non è più solo un volto mediato da uno schermo, ma un’alterità algoritmica prodotta per rispecchiarci.
Il rischio, avverte Gallese, è la “soggettività delegata”: un Sé che si piega alla velocità e alla prevedibilità delle macchine, sacrificando l’opacità e la “frizione” tipiche dell’incontro umano. La soluzione proposta è un’estetica radicale: una politica del sentire che rimetta al centro il corpo non come reliquia del passato, ma come condizione generativa di ogni futuro possibile. Un’opera densa, multidisciplinare e coraggiosa, che segna un punto di non ritorno nella comprensione della nostra identità nell’era della mediazione totale.











