Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato sono una coppia artistica e sentimentale. A dicembre hanno pubblicato Decalogo dell’Amore, il loro primo album congiunto, un lavoro composto da undici brani che raccontano l’amore adulto nelle sue forme quotidiane, lontano dalla retorica dell’innamoramento. Il percorso del disco prosegue ora con il singolo “Come si fa… amarsi ancora”. In questa intervista abbiamo parlato con loro del senso del progetto, del tempo che attraversa le canzoni e delle scelte — musicali e narrative — che stanno dietro a questo album.
Nel disco sembra che l’amore non sia mai un evento, ma una durata. Non succede “qualcosa”: qualcosa resiste. Vi siete accorti, scrivendo, che stavate raccontando più la tenuta che l’innamoramento?
Sì, ce ne siamo accorti quasi strada facendo. L’innamoramento è un lampo: bello, teatrale, fotogenico. La tenuta invece è una cosa meno instagrammabile, ma più vera: è il giorno dopo, il mese dopo, l’anno dopo. È quando non succede “niente” e proprio lì si vede se qualcosa resiste.
L’idea, in fondo, era lasciare ai nostri figli una specie di vademecum — ma non nel senso della regola, piuttosto dello scenario. Come dire: “Guarda, l’amore non è una promessa, è una pratica. Non è un titolo, è un mestiere.” E se c’è una poesia in tutto questo, è che la durata non ha la musica dell’epica, ha quella del quotidiano: una melodia che non fa rumore, ma se smetti di suonarla te ne accorgi subito.
Molti brani sembrano costruiti su piccoli scarti: una parola non detta, un gesto rimandato, una frase che arriva in ritardo. È lì che per voi si gioca davvero l’intimità, più che nei grandi momenti dichiarativi?
Sì, perché l’intimità non vive nei fuochi d’artificio: vive nei dettagli che sembrano inutili. Una parola non detta, un gesto rimandato, una frase che arriva in ritardo… sono piccoli scarti, ma dentro ci sta un mondo. Sono le sfaccettature di due innamorati che, più che “uscire romantici”, devono abitarsi. La prova d’amore più forte, spesso, è trovare un equilibrio nel quotidiano: non vincere una serata, ma reggere un inverno. È lì che l’altro diventa davvero “presenza” e non “storia”. E sì, ogni tanto viene anche da pensare a quella cosa lucidissima (e crudele, se vuoi) che Battiato faceva capire senza alzare la voce: che a volte è meglio stare soli che restare insieme per abitudine, per paura, per compatibilità presunta. Perché l’amore non è restare: è restare bene. E quando non si può, la dignità è una forma d’amore anche quella.
Ascoltando l’album si ha spesso la sensazione che il conflitto non esploda mai del tutto, ma resti in sospensione. È una scelta narrativa o è semplicemente il modo in cui vivete il dissenso, anche nella vita?
È una scelta narrativa, sì. Non ci interessava raccontare l’esplosione, quella la sanno fare tutti, e spesso la si fa anche troppo. Ci interessava raccontare ciò che succede mentre il conflitto cresce e soprattutto ciò che succede dopo: la zona grigia, il momento in cui capisci se hai litigato per distruggere o per capire. La sospensione è più vera del boato, perché è lì che l’amore decide cosa essere: vendetta o cura, orgoglio o ascolto. E poi, diciamolo: l’esplosione è rumorosa e quindi sembra importante. La sospensione è silenziosa, e proprio per questo è pericolosa e preziosa insieme. È lì che, se ti fai attento, puoi ancora cambiare strada.
Il tempo nel disco non è mai quello dell’urgenza. Non c’è fretta, non c’è climax. Avete avuto paura, a un certo punto, che questa lentezza potesse risultare “fuori tempo” rispetto a come oggi si consuma la musica?
No, perché cercavamo esattamente quello. C’è già troppa urgenza in giro: urgenza di dire, di mostrarsi, di consumare, di reagire. Oggi perfino i sentimenti sembrano dover essere “contenuto” e avere un climax, sennò non valgono. Ma la vita tra due persone corre su binari diversi da quelli dei feed. Questa lentezza non è pigrizia: è una presa di posizione. È dire: “Io non mi faccio dettare il ritmo da un algoritmo.” L’amore adulto, se è serio, ha bisogno di tempo per capire cosa sta accadendo all’altro e a te. E se la musica oggi si consuma veloce, pazienza: noi non volevamo fare una cosa da consumare. Volevamo fare una cosa da tenere.
In diversi passaggi sembra che la voce non voglia convincere l’ascoltatore, ma stargli accanto. Quanto vi interessava l’idea di una canzone che non seduce, ma accompagna?
Molto. La seduzione è un mestiere rispettabile, per carità, ma non era il nostro. Noi volevamo una voce che non dicesse “guarda come sono bravo”, ma “se vuoi, ci sono”.
La canzone, qui, non deve vincere l’ascoltatore: deve accompagnare la storia. E forse anche accompagnare chi ascolta, senza prenderlo per la giacca. In un tempo che ti urla addosso, una canzone che ti sta accanto è quasi un gesto di educazione. Non pretende, non conquista, non manipola: fa spazio. E a volte è l’unico modo per far arrivare davvero una cosa profonda — senza trasformarla in spettacolo.
C’è un equilibrio molto delicato tra controllo e abbandono: tutto appare misurato, ma mai freddo. Vi è mai capitato, durante il lavoro, di sentire che stavate “proteggendo troppo” le canzoni — e di doverle lasciare andare un po’ di più?
Sì, certo. All’inizio le proteggevi come si proteggono le cose fragili: con troppa cura, rischiando di farle diventare oggetti sottovetro. Poi capisci che una canzone, se è viva, ha bisogno di respirare e anche di sbagliare un po’. Ci sono momenti in cui devi mollare il controllo: lasciare che una pausa resti più lunga del previsto, che una parola non sia perfetta, che un suono entri con la sua imperfezione umana. È un paradosso: misurare non significa raffreddare. Misurare significa scegliere. Ma a un certo punto la scelta vera è: “La tengo al sicuro, o la lascio andare?”
E l’abbiamo lasciata andare quel tanto che bastava perché non sembrasse un progetto “ben fatto”, ma una cosa vissuta. Come l’amore, del resto: se lo proteggi troppo, lo soffochi. Se lo abbandoni troppo, lo perdi. La misura sta tutta lì, in quel centimetro invisibile che impari solo col tempo.











